PATERNO

PATERNO
PATERNO' ATTUALE
Oggi Paternò è un vivace centro agricolo commerciale legato, per vicinanza, alla città di Catania da un'ampia superstrada. Superato il periodo post bellico delle due grandi guerre che hanno listato a lutto parecchie famiglie paternesi e creato danni notevoli alla città, la comunità ha saputo reagire con una certa solerzia ma senza raggiungere quell' autosufficienza nel campo lavorativo.La disoccupazione rimane uno dei problemi che più tristemente attanagliano la vita economica della città che rimane legata essenzialmente ad una economia agricola e artigianale-commerciale.Manca quasi del tutto il settore industriale di trasformazione.Nei periodi post bellici il nord Europa e anche gli Stati Uniti sono stati i poli di attrazione per dare un posto di lavoro sicuro ai nostri giovani e molte famiglie paternesi hanno vissuto delle rimesse degli emigrati. Numerosa è, per esempio, una nostra comunità di emigrati a Milano.E' proprio a Milano, cuore economico dell'Italia, che negli anni 60 si pone in luce nella storia borsistica di piazza Affari il paternese Michelangelo Virgillito, il classico immigrato in cerca di fortuna e di lavoro.Anche oggi è ricordato come uno dei più noti "rialzisti" capaci, all'epoca, di influenzare l'andamento degli scambi commerciali e che legò il proprio nome ad aziende come la Liquigas e la Lanerossi Vicenza.Dato saliente del Virgillito, cattolicissimo, è che ad ogni affare devolveva parte dei guadagni in beneficenza facendo così spuntare in Italia diversi asili e orfanotrofi a suo nome.Non c'è chiesa a Paternò che non porti il nome di Virgillito quale benefattore per interventi di restauro e tutela.Alla statua della Madonna della Consolazione donò una corona d'oro e brillanti di grandissimo valore. Esiste tutt'ora, a Paternò, una fondazione intitolata a Michelangelo Virgillito che si occupa dell'assistenza dei poveri secondo la volontà del noto defunto benefattore, presidente attuale è il prevosto don Salvatore Alì. Due sono i settori che non sono mai riusciti a decollare in città:l'industria e il turismo.Eppure in apparenza tutte le carte sembrerebbero in regola, certamente la mancanza di infrastrutture non ha aiutato il decollo industriale ma anche una certa mentalità individualistica e diffidente ha reso difficile la nascita del settore. Per il turismo le cose si complicano; non è sufficiente il grande tesoro storico e artistico, le Salinelle, le acque ferruginose la vicinanza col l'imponente Etna se poi sono in affanno i servizi essenziali di costante decoro ,sicurezza e fruibilità. L'oro dei paternesi rimane l'agricoltura specie con gli agrumi,buona la produzione e ottima la qualità ma in questi ultimi anni la concorrenza dei paesi nord africani ha reso difficile il settore.In Italia, Paternò è conosciuto come il paese delle arance.Ma dove il paternese dimostra tutta la sua fantasia e la sua creatività è nel campo alimentare e specialmente in quello dolciario. I dolci e i gelati sono superbi sapori da ammaliare anche i palati più raffinati. Saranno gli ingredienti sani, l'aria frizzante che sa da Etna e di mare o forse l'acqua da sempre apprezzata anche dai forestieri a dare a queste leccornie locali quel tocco di prelibatezza che riesce sempre a renderle inimitabili.Famose le "Lune" di Natale, le cassatelle, i panzarotti e poi il dissetante latte di mandorla, ma anche un solo caffè, cremoso al punto giusto,diventa soddisfazione e voglia di tornare. Vive sono le tradizioni religiose, commovente quella del venerdì santo con l' Addolorata che segue il Cristo morto e la festa della patrona S.Barbara, il 4 dicembre, che vede un ricco cerimoniale che dura quasi un mese. Per l'8 settembre, festa di Maria Bambina, si ripete una fiera di antica tradizione che di recente si svolge all'interno dei giardini pubblici Moncada.

# Posté le mardi 14 novembre 2006 14:47

RAVANUSA

RAVANUSA
Ravanusa, piccolo centro agricolo della provincia di Agrigento si estende su una superficie complessiva di 50 kmq. Confina nord con il territorio di Naro e con quello di Sommatino; ad est con Riesi; a sud-est con Licata; a sud-ovest con Campobello di Licata.Si presenta con un territorio collinare e dista dal mare 18 km.Ha un clima tipicamente mediterraneo e secondo le annate può variare dal semi-arido al caldo-arido.
Elementi naturali del territorio cui si lega la storia di Ravanusa, sono riconducibili, oltre al monte Saraceno, che sovrasta la fertile valle dell'Imera, anche al fiume che scorre lungo il pendio del monte e alla leggendaria fonte d'acqua che zampilla ai piedi di un fico. Sul monte Saraceno, depositario delle vestigia di una millenaria civiltà, sono presenti delle tracce di insediamento umano, risalenti alla preistoria.(X-IX a.C.) quando l'antica e fiorente città era nota con il nome di Ibla, divinità sicana protettrice della terra. A testimonianza di questi insediamenti vi è una necropoli in contrada Monterosso e molte grotte nel territorio della Bifara, della Grada, della Fiumarella spesso caratterizzate dalla presenza di loculi scavati nelle rocce, risalenti al periodo paleocristiano(IV d.C.) presso i quali vennero ritrovate monete, statuine e vasi dell'epoca greco-romana. Fu proprio in questo periodo che la polis di Ravanusa denominata Maktorium (o Kakiron) conobbe il periodo di massimo splendore per essere poi distrutta durante la prima guerra punica.La grandezza della città è testimoniata dalla sua struttura urbana. Gli scavi, infatti, hanno riportato alla luce i resti di tre templi, due terrazzi e una necropoli nella parte meridionale del monte. Il periodo più oscuro della storia di Ravanusa è quello arabo-bizantino (V-XI d.C.). Dei Bizantini non abbiamo alcuna traccia, degli arabi nonostante la mancanza di reperti archeologici siamo in grado di dimostrarne la presenza, grazie all'influenza esercitata sulla lingua: nel dialetto attualmente parlato molti termini sono ancora presenti. È proprio dall'arabo “Ravin” (fortezza) che deriva il nome odierno della città che nel tempo si è trasformato acquisendo il suffisso –usa. Anche le leggende, patrimonio della fantasia popolare, legano le nostre origini agli Arabi; tra le più suggestive vi è “La leggenda della campanella”

# Posté le mardi 14 novembre 2006 14:17

Modifié le mardi 14 novembre 2006 14:37

sommatino

sommatino
Superficie: Kmq 35 Altitudine: mt 359 Abitanti: 8.250 Distanza capoluogo: km 28Nome abitanti: Sommatinesi C.A.P.: 93019 URL: Centro agricolo e industriale è posto nella bassa valle alla destra del fiume Salso. Il Vito Amico fa risalire l'origine di Sommatino nella seconda metà del XIV secolo ma nel territorio, nota Giuseppe Testa in Storia di Sommatino, «appare l'indicazione dell'esistenza di un Casale intorno alla seconda metà del 1200 sino al 1400 circa. La notizia è confermata da un atto notarile che transunta, riscrive e ripropone cioè, un documento stilato il 20 giugno 1406. In esso un giudice e un notaio testimoniano, ad istanza di donna Teodora di Aragona, moglie del fu Nino Tagliavia di Palermo, che è originale l'antico privilegio, concesso a Bartolomeo Tagliavia e ai suoi eredi, della donazione e concessione del 'Casale di Sommatino", sito nella valle di Girgenti, al di qua del fiume Salso, tra i territori di Licata e Naro, fatte con privilegio dato da re Federico il 17 aprile 1299. Precedentemente era posseduto da Costantino de Naro, al quale era stato tolto per crimine contro la Maestà del Re». La famiglia Tagliavia tenne il casale di Sommatino fino al 1456 anno in cui l'unica figlia di Salvatore. Antonia, Io portò in dote al marito Gerlando Lo Porto che nel 1456 si investì della terra. Da questo matrimonio nacque Salvatore che succedette al padre. Da Salvatore nacque Gerlando che nel 1502 fu investito del feudo e sposò Costanza del Brando. Nel 1507 chiese ed ottenne dal re Ferdinando lo 'jus populandi" congiuntamente al "mero e misto impero", cioè la facoltà di amministrare la giustizia civile e penale nel suo territorio. Il paese prese il nome del feudo su cui sorse. Ma per l'improvvisa morte del barone e per la minore età del figlio Andrea, il nuovo paese non fu popolato. Raggiunta la maggiore età, Andrea riprese il progetto del padre di popolare il paese. Si iniziarono i lavori per la costruzione di una masseria e del palazzo baronale. Alla sua morte, avvenuta nel 1518, gli succedette il figlio Gastone. Questi riprese i lavori di costruzione e popolamento della terra di Sommatino lasciando nel 1566 al figlio Mariano una terra ben organizzata. Il figlio di Mariano, Gaspare Lo Porto Isfar e Corilles, nel 1625 con privilegio di Filippo IV divenne primo conte di Sommatino. Non avendo lasciato eredi diretti, a Gaspare succedette la sorella Vittoria sposa di Matteo Lucchesi. In seguito la contea passò al figlio Giacomo; costui la lasciò alla figlia che la portò in dote al marito Ottavio Lanza conte di Mussomeli e principe di Trabia. La famiglia Lanza tenne la contea di Sommatino fino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812). Nel 1818 Sommatino prese a far parte della provincia e distretto di Caltanissetta. Nel 1844 dalla diocesi di Agrigento passò a far parte di quella di Caltanissetta. Nel 1848 la popolazione di Sommatino partecipò ai moti rivoluzionari con grande entusiasmo eleggendo il comitato provvisorio di difesa e di sicurezza pubblica. 111860 fu l'anno della guerra per la cacciata dei Borboni e la unificazione dell'Italia. I sommatinesi sentirono in modo particolare lo spirito patriottico e, in parecchi, i giovani si unirono ai "Mille". All'inizio del nostro secolo Sommatino fu sconvolta dalle lotte contadine che come in tutti i comuni siciliani, rivendicavano condizioni di vita migliori e salari adeguati alle esigenze familiari. Iniziarono gli scioperi e le occupazioni dei terreni incolti al grido: "la terra ai contadini", ma le lotte vennero represse dalla forza pubblica.Sommatino a solo cento anni dalla sua fondazione contava numerose chiese e un consistente numero di sacerdoti. La prima chiesa fu quella dedicata a San Giovanni Battista del 1575, seguirono poi quelle dedicate a San Vita, Santa Petronilla, Purgatorio, Madonna delle Grazia, San Biagio, San Giuseppe oltre a quelle rurali sparse nel campagne. Fino al 1789 la chiesa della Madonna dell'Itria funzionò da parrocchia. In seguito fu costruita la nuova chiesa madre dedicata a Santa Barbara, patrona del paese. L'edificio ha facciata a due ordini di lesene e l'interno ad unica navata.Tra i sommatinesisono ricordati dal prof Santi Correnti: Filippo Terranova (1820-1878) che fu uno degli esploratori europei che a metà del XIX secolo studiarono il decorso del fiume Nilo. Mori ad Alessandria d'Egitto; e Nino Di Maria (1903-1987) scrittore, autore del romanzo Cuori zugli abissi, da cui il regista Pietro Germi nel 1950 ricavò il suo film Il cammino della speranza, sul grave problema dell'emigrazione siciliana, era anche un simpatico umorista, e nel 1973 pubblicò un racconto dallo sconvolgente titolo La mafia ha ammazzato Napoleone (Editrice Nocera - San Cataldo): ma non si tratta di una nuova ipotesi storica sulla morte del grande condottiero, bensì dell'uccisione di un maialino soprannominato "Napoleone . Sono sommatinesi l'editore Filippo Ciuni, che operò a Palermo, e Salvatore Sciascia suo nipote, che operò a Caltanissetta, che hanno dato notevole e qualificato impulso all'editoria siciliana.Fin dal XVIII secolo l'economia sommatinese oltre che dall'agricoltura e dalla pastorizia era sostenuta dalle miniere di zolfo che sfruttavano i giacimenti sparsi nel suo sottosuolo. Il lavoro nelle miniere assicurava alle famiglie dei minatori l'indispensabile e rappresentava la sicurezza della paga, ma anche lo sfruttamento di tanti giovani, alcuni dei quali non avevano più di dieci anni. Nel corso della loro storia si verificarono numerosi incidenti di cui alcuni si rivelarono veramente disastrosi. Nel 1787 un incendio di proporzioni gigantesche che durò per ben due anni bruciò più di 700 mila quintali di zolfo e nel 1883 all'interno della miniera grande si verificò un'esplosione che mieté numerose vittime tra cui furono parecchi sommatinesi. Dopo la chiusura delle miniere, l'agricoltura tornò ad essere il solo sostegno dell'economia del paese. Nel suo territorio si producono cereali, olive, agrumi, frutta, uva, legumi e ortaggi. È presente anche l'allevamento zootecnico con prevalenza di ovini. Negli ultimi tempi si va rafforzando l'artigianato e la piccola industria.Tra le feste religiose che costituiscono motivo di incontro per la popolazione vogliamo ricordare la festa di san Giuseppe, il 19 marzo; i riti della settimana santa e la festa patronale di santa Barbara il 4 dicembre.

# Posté le mardi 17 octobre 2006 12:32

gela

gela
La storia
La presenza dell'uomo nel territorio di Gela risale al Neolitico (V millennio a.C.). L'antica Gela venne fondata agli inizi del VII secolo da coloni greci di Rodi e di Creta. Ben presto divenne tra le più importanti e potenti città greche della Sicilia. Fu unfamoso centro culturale e commerciale. Dopo le due distruzioni in epoca greca (nel 405 e nel 282 a.C.), durante il medioevo dell'antica città non si ebbero notizie. Ricostruita da Federico Il nel 1233, ebbe un grande sviluppo fino alla nuova distruzione patita a opera di pirati alla fine del Trecento. Dopo una nuova ricostruzione, vivacchiò sino al Settecento, quando visse un nuovo rinascimento. La scoperta del petrolio (1956) e la relativa industrializzazione hanno fatto di Gela una delle città più popolate della Sicilia.
Il territorio circostante la città risulta abitato già a partire dal Neolitico (V millennio a.C.). Nella successiva età del Rame (per la Sicilia il 111 millennio a.C. circa), i segni della presenza dell'uomo aumentarono notevolmente come dimostrato dalla scoperta di tombe a forno (tipologia molto rappresentativa del periodo in Sicilia) con i relativi corredi funerari (ammirabili nel museo della città). Comunque è nel millennio seguente, età del Bronzo antico (2200-1450 a.C.), che in questi luoghi (zona dell'acropoli greca e delle colline circostanti la città) come nel resto dell'isola si riscontrano numerosi insediamenti riconducibili quasi sempre al tipo castellucciano (comunità dalle caratteristiche agricolo-pastorali con contatti commerciali con il mondo esterno, maltese ed egeo in particolare). « ... E poi i capi geloi, e l'immane Gela, così detta dal nome del fiume ... ». Così appaiono a Enea e compagni la città e il suo circondario e queste sono le parole che Virgilio fa dire all'eroe troiano nel 111 libro dell'Eneide. Gela fu fondata da coloni provenienti da Rodi e da Creta nel 689-688 a.C. lo storico greco Tucidide nelle sue Storie del Peloponneso la migliore fonte: «La città fu denominata dal fiume Gela, ma lo spazio dove ora si trova la città e che per primo fu cinto da mura si chiama Lindioi: ebbe leggi doriche. Circa 108 anni dopo i Geloi fondarono Agrigento ... ». I coloni greci si stanziarono sin dall'inizio nella zona di Molino a Vento, già sede, come abbiamo detto, di insediamenti preistorici. Dopo pochi decenni furono costruiti i primi edifici di culto dedicati alla dea protettrice della città Athena Lindia, con una tecnica di costruzione che fu utilizzata anche nei secoli successivi. La mancanza di cave di pietra nelle vicinanze, infatti, obbligò gli abitanti a usare, nella costruzione degli edifici sia pubblici (templi e costruzioni di difesa) sia privati, grossi mattoni in argilla (abbondanti in loco) che erano le sopraelevazioni del basamento in pietra. La città antica si sviluppò a sigaro lungo la collina che corre parallelamente alla costa e la domina. La posizione strategica nel Mediterraneo e la presenza alle spalle di una pianura fertilissima la fecero crescere e prosperare sin dall'inizio e la portarono a espandersi all'interno a danno dei siculi e dei sicani. Nel 588 a.C. fondò una subcolonia, Akragas (Agrigento), a dimostrazione di quanto era diventata potente. Nei due secoli successivi alla sua fondazione (VI e V secolo a.C.) Gela iniziò una serie di guerre espansionistiche che nel primo quarto del V secolo la fecero diventare la più importante colonia greca dell'isola. Nel contempo i quartieri affitativi si organizzarono nelle vicinanze dell'acropoli, lungo un pendio a terrazza. All'inizio la città importò dalla madrepatria i prodotti in ceramica necessari per l'uso domestico per quello religioso, come dimostrano i pezzi ritrovati nelle necropoli e nei santuari. Ma ben presto gli allievi superarono (per capacità tecnica e bellezza artistica) i maestri e la città esportò i propri manufatti anche in Grecia. Nel 405 a.C., dopo una lunga guerra contro i cartaginesi, Gela venne sconfitta e distrutta e gli abitanti superstiti si dispersero nelle vicine campagne. Per più di mezzo secolo la città non fece parlare più di ,a sé. Ma nel 339 a.C., grazie al condottiero Timoleonte, essa venne ricostruita e ripopolata con e i coloni provenienti da Kos. La vita della città però si spostò nella zona occidentale della collina (oggi chiamata Capo Soprano) e i sito arcaico di Molino a Vento venne quasi del tutto abbandonato. La nuova città era più estesa di quella arcaica e tutti i quartieri civili furono cinti da poderose fortificazioni che ancora oggi, per il buono stato di conservazione, costituiscono uno dei capolavori visibili di architettura militare.
Nel 282 a.C. Gela subì una nuova e devastante distruzione a opera del tiranno di Agrigento, città fondata dalla stessa Gela. Le case e le mura furono abbattute e gli abitanti sopravissuti furono deportati Chi riuscì a salvarsi si disperse nelle vicine campagne e nell'entroterra. Gli insediamenti rurali delle vicinanze (individuati in scavi recenti) videro arrivare i nuovi invasori (nell'ordine: romani, vandali, goti, bizantini, arabi normanni). Per più di quindici secoli non si sentì parlare più di quella città una volta così fiera e così potente. Un imperatore Federico Il si rese conto che quella pianura fertile e disabitata poteva essere sfruttata soltanto rifondando l'antica città; così nel 1233 la ricostruì e le diede il nome di Eraclea. Negli anni successivi essa fu popolata (anche coattivamente) da coloni siciliani e continentali ai quali vennero assegnati lotti di terreno da coltivare. La città di Eraclea, che ben presto venne chiamata Terranova (nome portato sino al 1927, quando riprese l'antica denominazione di Gela), si sviluppò nella parte orientale della collina (già occupata dall'acropoli antica). Da subito, poiché non mancavano materiali da costruzione tra i resti della città greca, venne dotata di un castello e di mura di cinta. Cinquant'anni dopo la città vantava circa 8.500 abitanti (al quinto posto per numero di abitanti tra le città siciliane), era diventata un importante centro di esportazione di grano e di altri prodotti agricoli dell'entroterra, era dotata di un nuovo porto frequentato da mercanti (genovesi, pisani e catalani) e ospitava un quartiere ebraico (là Giudecca). Nel 13 08-13 10, secondo i registri vaticani, contava ventidue chiese. Ma dopo la rinascita, ci fu di nuovo un destino avverso: come tutte le città costiere, essa fu esposta agli attacchi dei pirati barbareschi e il muro di cinta non bastò più a salvarla da morte e distruzione. A peggiorare le cose vennero la peste (1347-8) e le lotte intestine tra latini e catalani. Non a caso, secondo i registri fiscali, intorno alla metà del Trecento essa risulta tra le città più povere del regno, con una popolazione di circa 1.500 abitanti. Il peggio, comunque, doveva ancora venire. Tra il 1370 e il 1390 (in un anno non precisato) la città subì la terza distruzione causata dai soliti pirati provenienti dal Nord Africa. Era chiaro che Gela non era più difendibile come prima e pertanto aveva bisogno di interventi ben più massicci se voleva esistere. Per prima cosa fu decisa la riduzione della cinta muraria a poco meno della metà rispetto a quella del periodo federiciano, per rafforzare e potenziare la rimanente. Nonostante questi interventi, per tutto il Quattrocento, Terranova fu ridotta a un piccolo borgo feudale scarsamente fortificato che passava da un signore all'altro. Nel due secoli successivi essa continuò a essere una città feudale e visse tra alti e bassi, ma senza ritrovare lo smalto dei tempi passati. Si costruirono nuove chiese e nuovi conventi. Inoltre, sono di questo periodo (fine Cinquecento) le mura ancora visibili lungo la via Verga e la via Matteotti. Nel corso del Settecento si svilupparono la coltura della vite e del cotone e, con la costruzione di una diga, furono migliorati i sistemi di irrigazione. La popolazione, per la prima volta in mezzo millennio, ritornò quella dell'età svevo-angioina (circa 8.500 abitanti). A dimostrazione di una rinascita demografica ed economica, si cominciò a costruire (tra il 1766 e il 1794) una nuova Chiesa Madre e altre chiese. La vita economica e politica, fino a quel momento di assoluta pertinenza del signore feudale, passò a poco a poco alla piccola nobiltà e alla borghesia agraria. Questi ceti, oltre a partecipare ai moti risorgimentali, diedero vigore alla cultura e all'economia con la costruzione di scuole, di collegi e di un teatro. Nel 1927 fu recuperato l'antico nome di Gela. Nel luglio del 1943 su queste spiagge sbarcarono gli anglo-americani. Dopo tante lotte politiche e sociali, il dopoguerra portò alla fine del latifondo e il miglioramento delle condizioni economiche e igieniche favorì certamente l'incremento demografico della città che passò dai 26.000 abitanti del 1921 ai 55.000 del 1967. A metà degli anni Cinquanta (1956), la scoperta di grandi giacimenti petroliferi portò a una industrializzazione che garantì certamente tanto lavoro ma che, come conseguenza, portò a uno sviluppo caotico della città, danneggiandone spesso il tessuto storico e archelogico. Gli eventi recenti, legati alla conversione ambientale del petrolchimico, pongono per Gela (ma non solo per essa) la difficile questione della salvaguardia dei diritti alla salute, al rispetto dell'ambiente, alla tutela del posto lavoro ecc. La città è diventata quindi un laboratorio di sperimentazione su come favorire lo sviluppo economico non prescindendo da quello della qualità della vita e dell'ambiente. Un bel banco di prova, non c'è dire. Gela è in grado di offrire al turista non solo le sue meraviglie storie-archeologiche (per certi aspetti uniche), ma anche una costa (con spiagge basse e sabbiose ma anche alte e frastagliate) con un porto turistico per i natanti e un parco naturalistico come il Biviere di Gela per gli appassionati della natura e in particolare di uccelli

# Posté le mardi 19 septembre 2006 10:40

Modifié le jeudi 07 juin 2007 03:01

vittoria

vittoria
Nonostante Vittoria sia di origini recenti, tracce di insediamenti preistorici, del periodo paleocristiano e bizantino, sono stati trovati a testimonianza di una ininterrotta vocazione abitativa della zona, dalla preistoria alla fondazione della città.

Nel '600 questa zona apparteneva alla contea di Modica, il cui conte Luigi III Enriquez Cabrera, che aveva sposato Vittoria Colonna.

Alla morte del conte, venne mandato nella contea come procuratore speciale, lppolito Richetti, che consigliò alla contessa Vittoria di iniziare la costruzione di uno scalo commerciale, nella zona denominata allora "Costa degli Scoglitti". La contessa aveva interessi sia economici che politici per costruire un nuovo centro abitato (era un periodo nel quale, in Sicilia, si costruivano nuovi villaggi, anche perché, ogni nuovo centro con un certo numero di abitanti, dava al feudatario un voto in più in seno al parlamento regionale) ma, invece che ad un porto isolato, pensava alla costruzione di un villaggio interno, al riparo dalle razzie costiere dei pirati. La contessa, quindi, incaricò della esplorazione di Boscopiano (così si chiamava al tempo l'odierno territorio su cui sorge Vittoria). Paolo La Restia che indicò come luogo migliore per la costruzione del nuovo villaggio la zona delle "Grotte Alte", un po' lontana dal mare e ricca di acque.
Ottenuta l'autorizzazione regia, la contessa diede inizio alla fondazione e al popolamento del nuovo borgo, concedendo ai coloni che andassero ad abitarlo, terre, privilegi, franchigie ed esenzione delle imposte per 10 anni, indennitá ai debitori e immunità ai criminali.

ln seguito al sisma del 1693 non molti furono i danni alle costruzioni e ancor meno i morti rispetto alle altre città della Val di Noto. l crolli maggiori interessarono il "Castello" della contessa e la chiesa Madre dí S. Giovanni, nella quale perirono 40 bambini, che vi si trovavano per il catechismo.

Oggi Vittoria ha raggiunto un alto numero di abitanti un buon livello economico generale, grazie alla forte volontà dei suoi abitanti di migliorare la propria condizione sociale e l'ottima capacitá di adattamento alle idee di rinnovamento, sia dal punto di vista del lavoro sia da un punto di vista politico-sociale (come é provato dalla partecipazione ai moti rivoluzionari preunitari, dalla entusiastica accoglienza riservata a Nino Bixio e alla spedizione garibaldina e da una partecipazione attiva alle lotte politiche e sociali del nostro secolo).

# Posté le mardi 19 septembre 2006 10:18